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Altro che mediatore: per Israele quello con Putin è un matrimonio

Il primo ministro d’Israele, Naftali Bennett, all’inizio della guerra mossa da Putin all’Ucraina, si era dato molto da fare per accreditarsi come “mediatore” tra Mosca e Kiev.

Altro che mediatore: per Israele quello con Putin è un matrimonio
Putin e Bennett

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

25 Aprile 2022 - 12.58


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Motivi interni che s’intrecciano con l’assunto secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Questo combinato disposto spiega il rapporto tra Israele e Russia. 

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Il primo ministro d’Israele, Naftali Bennett, all’inizio della guerra mossa da Putin all’Ucraina, si era dato molto da fare per accreditarsi come “mediatore” tra Mosca e Kiev. Ma un “mediatore” per essere minimamente credibile deve essere davvero con le carte in regola. Un “mediatore” credibile non può avere troppi interessi in comune con una delle due parti in conflitto, soprattutto quando questa parte è quella dell’aggressore. Ma così è. E questo spiega la freddezza con cui i governanti d’Israele hanno scaricato l’accorato appello al presidente dell’Ucraina, Vlodomir Zelensky, che nel suo video-discorso alla Knesset (il Parlamento israeliano) aveva esortato un sostegno militare, in armi, evocando, lui ebreo, la “soluzione finale” che, a suo dire, Putin sta mettendo in atto in Ucraina. Ma neanche l’evocazione della Shoah ha smosso i governanti israeliani.

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Le ragioni di quella “strana alleanza”.

Globalist le mette a fuoco con alcuni preziosi contributi.

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Come quello di Michael Hauser Tov. Che su Haaretz rivela: “

Dato il rifiuto ufficiale di Israele di fornire assistenza militare all’Ucraina, una delegazione ucraina ha cercato di acquistare armi da uomini d’affari privati israeliani, secondo fonti presenti a un incontro con il gruppo, anche se è improbabile che tali transazioni si concretizzino. La delegazione, che è stata in Israele per circa una settimana, ha recentemente discusso i modi per condurre affari di armi al di fuori dei canali ufficiali da stato a stato in un incontro con un ex ufficiale superiore delle forze di difesa israeliane, che ora possiede una società di consulenza sulla sicurezza. Gli ucraini hanno chiesto in quell’incontro se potevano comprare armi e munizioni da commercianti privati, secondo le fonti che hanno partecipato. L’ufficiale ha detto loro che non è coinvolto in queste questioni, ma che qualsiasi accordo del genere richiederebbe l’approvazione del ministero della Difesa. Il comitato del ministero della Difesa che rilascia le licenze per l’esportazione di armi è improbabile che approvi qualsiasi accordo di esportazione privata in Ucraina in questo frangente, secondo i funzionari del ministero degli Esteri che prendono parte alle discussioni tenute dal comitato. Due fonti ucraine di alto livello hanno detto che Israele ha congelato tutte le licenze di esportazione di armi all’Ucraina quando è iniziata l’invasione russa. Il ministero della Difesa, che ha una politica di astensione dal commentare gli accordi sulle armi, ha rifiutato di rispondere all’affermazione. I membri della delegazione ucraina hanno anche incontrato la scorsa settimana il ministro degli Esteri Yair Lapid, il ministro degli Interni Ayelet Shaked, il ministro delle Costruzioni e degli Alloggi Zeev Elkin e il presidente della Knesset Mickey Levy. Mentre hanno anche richiesto incontri con i funzionari della difesa israeliana, sembra che tali incontri non abbiano avuto luogo.

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I membri anziani della delegazione sono Serhiy Shefir, che è uno degli aiutanti anziani del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy; Olha Vasylevska-Smahliuk, un membro del parlamento ucraino; e Hennadii Nadolenko, un ex ambasciatore ucraino in Israele. Shefir era precedentemente il direttore dello Studio Kvartal 95, la società di intrattenimento in cui Zelenskyy, un ex attore televisivo e comico, è salito alla fama”.

Così Hauser Tov.

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L’affaire Pegasus

Lo disvela Antonio Palma, in un documentato report su fanpage.it

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“Le strette relazioni instaurate negli anni tra Israele la Russia e le conseguenti scelte del governo israeliano di fatto hanno aiutato in parte Mosca contro l’Ucraina e indebolito Kiev. Lo rivela una inchiesta giornalistica congiunta del Guardian e del Washington Post, secondo la quale Israele si sarebbe rifiuta a più riprese di vendere propri sistemi di hacking ad alta tecnologia a Kiev proprio per non inimicarsi la Russia. In particolare il riferimento è allo spyware Pegasus, uno strumento di alta tecnologia in grado di hackerare qualsiasi telefono cellulare e intercettare conversazioni telefoniche ma anche di leggere messaggi di testo o visualizzare le fotografie di un utente.

Pegasus e i rapporti Israele-Russia

Si capisce che in una situazione di conflitto, Pegasus potrebbe rivelarsi uno strumento fondamentale per controllare le comunicazioni nemiche e quindi avere vantaggi strategici fondamentali. Secondo l’indagine giornalistica, che si è avvalsa delle testimonianze di persone a conoscenza diretta della questione, Kiev per circa tre anni avrebbe cercato in tutti i modi di ottenere la tecnologia israeliana ma il governo di Tel Aviv avrebbe sempre rifiutato la vendita. Il gruppo NSO che realizza lo spyware e che è regolamentato dal ministero della difesa israeliano, non è mai stato autorizzato a commercializzare o vendere lo strumento all’Ucraina. I motivi dietro al rifiuto ovviamente non sono mai stati ufficializzati da Israele ma il sospetto concreto è che la decisione di Israele dipenda dalla volontà di non indispettire la Russia che ha sempre visto la vendita di una tecnologia del genere a un proprio rivale come un  attacco diretto. Del resto l’intelligence di Mosca e israeliana da lungo tempo collaborano e inoltre anche in passato, dopo aver venduto Pegasus all’Estonia, Tel Aviv aveva avverto i funzionari estoni che non avrebbe permesso di utilizzare lo spyware contro obiettivi russi.

Israele ha rifiutato la vendita del suo sistema missilistico a Kiev

Tel Aviv non ha mai commentato la questione, a parte una nota secondo la quale “lo stato di Israele approva l’esportazione di prodotti informatici esclusivamente a enti governativi, per uso legittimo e solo allo scopo di prevenire e indagare su criminalità e lotta al terrorismo”. Israele del resto sia prima sia dopo l’inizio della guerra in Ucraina si è posta su una condizione di neutralità tra i due Paesi e si è rifiutato di vendere a Kiev anche il suo sistema di difesa missilistica Iron Dome. Un atteggiamento che ha spinto Zelensky a contestare apertamente il governo israeliano durante il suo discorso al Parlamento israeliano chiedendo conto del motivo per cui non ha voluto dare armi all’Ucraina né applicato sanzioni ai russi”, rimarca ancora Palma.

I “russi d’Israele”

E veniamo alle ragioni interne. Demografiche ed elettorali. 

Le inquadra molto bene Emanuele Pipitone su Geopolitica.info: “La comunità russofona in Israele è la terza più grande al di fuori della Russia. A questo gruppo definibile etnico linguistico appartengono i milioni di cittadini sovietici, soprattutto russi, bielorussi ed ucraini, che a partire dal 1967, grazie alla cosiddetta “legge del ritorno”, hanno avuto la possibilità di lasciare le loro terre di origine per fare aliyah e trasferirsi in terra d’Israele. Numeri che, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il 25 dicembre 1991 e fino ai primi anni Dieci del 2000, hanno raggiunto dimensioni da capogiro. Si parla infatti di più di 1 milione e mezzo di nuovi cittadini israeliani parlanti russo. Pur non raggiungendo le dimensioni del secolo scorso, annualmente, ancora decine di migliaia di cittadini, in maggioranza ucraini e russi, di religione o di origine ebraica si trasferiscono in Israele. Tuttavia, nell’ultimo decennio si assiste a una timida controtendenza che, sebbene non riesca ad eguagliare le emigrazioni in terra d’Israele, prova a controbilanciare con un’immigrazione verso la Russia e l’est Europa. 

La comunità russofona israeliana, la terza più importante nel paese, gioca un ruolo molto importante all’interno della società e della politica del Paese. L’esempio per eccellenza è tangibile nel ruolo che il partito Yisrael Beitenu (Nash dom Israel in russo) di Avigdor Lieberman, detiene all’interno dell’attuale compagine di governo. Lieberman, nato nel 1958 a Chisinau, si è sempre impegnato per la difesa degli interessi della comunità russofona israeliana.

Le relazioni russo – israeliane

La diretta vicinanza politica tra Mosca e Tel Aviv si evince anche dall’affluenza che i cittadini aventi doppia cittadinanza russa/israeliana hanno manifestato nell’ultima tornata elettorale russa del 2018. Infatti, il 72% degli aventi diritto ha dato la preferenza al partito Russia Unita di Vladimir Putin. L’anno precedente, nel 2017, la Knesset decretò Giornata della Vittoria in Europa sul nazifascismo come festa nazionale, alla presenza di numerosi veterani di quella che fu l’Armata rossa”.

Sul piano esterno, va rimarcato che La Russia è anche una delle poche potenze che può tenere a bada l’Iran e le sue ambizioni da potenza egemone regionale. Come ha scritto il New Yorker, «l’Iran, come la Russia, ha forze in Siria che stanno aiutando a sostenere il regime di Bashar al-Assad. Ma Mosca ha consentito a Israele di contenere l’espansione della forza iraniana, temendo che in futuro possa diventare un potenziale rivale in grado di manipolare Assad. Anche per questo motivo Putin ha impedito all’esercito siriano di usare missili antiaerei S-300 contro Israele».

I timori sull’accordo con l’Iran 

Sul tema è d’aiuto l’approfondimento di Emanuela Borracino su Terrasanta.net: “Restano i motivi che hanno reso Bennett estremamente cauto nel criticare Putin, pur avendo votato a favore della risoluzione di condanna dell’Onu. Secondo i diplomatici britannici e francesi presenti ai colloqui di Vienna sotto l’egida dell’Onu l’accordo con l’Iran sarebbe «imminente» e le delegazioni avrebbero fretta di concludere e far incontrare gli Usa e l’Iran (che finora non si sono parlati vis-a-visper il rifiuto di Teheran) perché la guerra in corso in Ucraina pone crescenti ostacoli al dialogo di Stati Uniti e nazioni europee con la Russia.

Libertà di azione (congiunta) nei cieli della Siria

Oltre al timore israeliano sull’accordo con l’Iran, pesa il debito contratto con Putin in Siria. «L’unico modo in cui Israele può portare avanti i suoi attacchi aerei sugli obiettivi iraniani in Siria – commenta l’analista ed ex ambasciatore Usa in Israele Martin Indik in un recente articolo apparso su Foreign Affairs – è che laRussia chiuda un occhio sulla violazione di Israele dello spazio aereo siriano: è questo il motivo per cui l’ex premier israeliano Netanyahu è andato dieci volte in Russia a baciare l’anello di Putin tra il 2015 e il 2020, incassare la collaborazione del presidente russo e assicurarsi che le operazioni aeree russe ed israeliane in Siria non si disturbino a vicenda».

Così Borracino.

Almeno dal 2015 c’è un accordo tacito fra la Russia e Israele per cui l’aviazione con la stella di David può sorvolare il Libano e la Siria, passando illesa sopra i missili russi, e colpire bersagli militari iraniani e di Hezbollah. Uno di questi raid è avvenuto il 7 marzo, a guerra ucraina già iniziata e la risposta russa è stata, come sempre, nulla. In pratica, Mosca, pur proteggendo il regime di Assad, consente a Israele di difendersi, impedendo ai suoi nemici di armarsi troppo.

La “speranza bianca”

Ugo Tramballi, storica firma in politica estera del Sole24Ore, conoscitore come pochi del “pianeta Israele”, oggi analista dell’Ispi, vale sempre la pena leggerlo. 

“La Russia è senza dubbio un avversario dell’Occidente: con i suoi comportamenti è sempre più vicino alla definizione di “nemico”. Dopo aver mestato nelle elezioni americane, sta aiutando tutti i partiti sovranisti del vecchio continente per affondare i sistemi liberali europei. Ma Putin è “l’ultima grande speranza bianca” per una possibile pacificazione del Medio Oriente. Non solo nel contesto Siria-Turchia-Iran. La Russia è la sola ad avere il potere d’imporre a israeliani e palestinesi il ritorno al negoziato. Se non ci fosse già così troppa carne al fuoco nella regione, probabilmente Putin lavorerebbe per quell’obiettivo sfuggito ai presidenti americani da Jimmy Carter in poi: una pace fra Israele e Palestina. Difficilmente gli israeliani potrebbero dire no a Putin; ancor meno i palestinesi avrebbero il coraggio di continuare nel loro massimalismo suicida come hanno sempre fatto con le proposte americane.

Per decenni Haim Weizmann aveva corteggiato gli inglesi per la promozione della Yishuv ebraica in Palestina, ottenendo la prima dichiarazione a favore di uno stato: il ”focolare ebraico” della Dichiarazione Balfour nel 1917. All’inizio degli anni ’40, quando subentrò a Weizman alla guida dell’Agenzia Ebraica, David Ben Gurion capì che dopo la guerra il potere sarebbe stato degli americani e cercò la loro amicizia. Ora tocca alla Russia.

Nell’estate 2015, quando i turchi abbatterono un jet russo al confine siriano, Bibi Netanyahu corse immediatamente a Mosca per creare le condizioni affinché un incidente del genere non potesse accadere con gli israeliani. Fu attivata una linea rossa tra i leader, e le informazioni sui raid israeliani in Siria e Libano fluirono come la Moscova davanti alle mura del Cremlino. Dall’inizio del 2017 sono state 200 missioni e Mosca è sempre stata informata.

Dal 2015 Netanyahu è stato 10 volte in Russia fra Sochi e la capitale. All’ultima parata della Vittoria nella piazza Rossa, è anche salito sul mausoleo di Lenin accanto a Putin e ai suoi generali. Prima di partire per Mosca, uno dei suoi ufficiali gli aveva ricordato una massima che s’insegna alla scuola di guerra israeliana: “Devi sempre ricordare la prima lezione di storia militare: non scherzare con i russi”.

 Lo scritto di Tramballi è del 21 settembre 2018. Ma sembra oggi.

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