Mosul, terza città dell’Iraq dopo Baghdad e Bassora. Un milione e mezzo di abitanti, almeno fino a quando nel giugno del 2014 non è finita nelle mani dello Stato Islamico.
Da allora c’è stata una pulizia etnica. Uccisi gli oppositori, uccisi o costretti ad abbandonare la città i cristiani a cui è stato confiscata ogni cosa, rigida applicazione della sharia, nella fanatica interpretazione dei seguaci di Al-Baghdadi.
Così, in nome di quell’idea di Islam, c’è stata la distruzione della moschea dedicata al profeta Giona, costruita nel nel tredicesimo secolo, rase al suolo le antichissime mura di Ninive, distrutti manoscritti e documenti di grande rilevanza storica della Biblioteca, una delle più antiche dell’Iraq, fatte a pezzi numerose statue e reperti risalenti all’impero assiro conservati nel Museo della città.
Ora la propaganda dell’Isis vuole dimostrare che a Mossul si vive bene. Lo vuole dimostrare sia agli abitanti della città che a tutti coloro ai quali seguono con simpatia le sorti del Califfato informandosi attraverso i media dell’Isis.
Così, come accade da noi in campagna elettorale e per le grandi campagne pubblicitarie, nella città irachena sono comparsi giganteschi manifesti dell’Isis, dove si esaltano le virtù del Califfato, sotto la cui bandiera – dicono – regna l’ordine, la sicurezza e la virtù. Il Califfato che protegge dagli infedeli.
Contemporaneamente scatti da cartolina sulla città:la natura, un tramonto, i viali alberati dove il traffico scorre tranquillo e la città al momento ancora risparmiata da grandi distruzioni.
A Mosul si vive bene, cerca di far sapere l’Isis. Molti, da molti molti la pensano diversamente. Ma dirlo pubblicamente equivale a una condanna. E allora spazio ai cartelloni e ai tramonti a nascondere la barbarie.