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Il Pd rompe con M5s ma tanti non vogliono Renzi: "Sono più i voti che fa perdere che..."

Rotto l'asse con i Cinque Stelle, lo scenario che si apre è quello che vede contrapposto il blocco di forze politiche che ha sostenuto Draghi fino in fondo e quanti hanno fatto mancare il sostegno al premier

Il Pd rompe con M5s ma tanti non vogliono Renzi: "Sono più i voti che fa perdere che..."
Enrico Letta e Matteo Renzi

globalist Modifica articolo

22 Luglio 2022 - 17.50


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E adesso cosa fare? Sulle alleanze il Partito democratico è all’anno zero. Rotto l’asse con i Cinque Stelle, lo scenario che si apre è quello che vede contrapposto il blocco di forze politiche che ha sostenuto Draghi fino in fondo e quanti hanno fatto mancare il sostegno al premier. Uno schema che, tuttavia, rischia di non restituire la complessità delle posizioni in campo.

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 Il ministro Dario Franceschini, uno dei più strenui difensori del patto con i Cinque Stelle, chiude il campo largo a doppia mandata dicendo che «con i Cinque Stelle è finita, c’è uno schema nuovo e la sfida è tra chi ha difeso il governo Draghi fino all’ultimo e chi ha buttato tutto a mare». Per il titolare della Cultura, «tra quanti hanno difeso Draghi, ci possono essere forze che possono stare insieme in un rassemblement elettorale, non improvvisato perché maturato nella comune esperienza e agenda di governo, per vincere nei collegi uninominali», dove si vince anche con un solo voto in più dell’avversario. 

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Da solo il Pd potrebbe confermare i collegi storici, ma è difficile espugnarne di più. C’è, tuttavia, da considerare che difficilmente eventuali alleati del Pd accetterebbero di `sacrificarsi´ lanciandosi nella sfida in collegi impossibili. Da qui il sospetto di chi legge gli altolà di Carlo Calenda e di qualche renziano come il tentativo di alzare la posta per quando ci sarà da trattare sulle candidature. 

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Carlo Calenda, in particolare, non ha mai smesso di bersagliare il Partito Democratico reo, a suo dire, di voler stringere una alleanza sulle parole d’ordine del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. «Non c’è alcuna intenzione da parte di Azione di entrare in cartelli elettorali che vanno dall’estrema sinistra a Di Maio. Questi cartelli sono garanzia di ingovernabilità e sconfitta. L’agenda Draghi e l’agenda Landini-Verdi non stanno insieme. Sono prese in giro degli elettori». 

Calenda, riferisce un dirigente Pd, vorrebbe andare da solo, sicuro di poter puntare al 7 o all’8% dei consensi. «Vuole giocare la sua partita, è difficile convincerlo». Per quello che riguarda Matteo Renzi, invece, i dubbi sono tutti dei dem. È vero che nel partito c’è una fetta di parlamentari che guarda a leader di Italia Viva con simpatia, ma ce ne sono almeno altrettanti per i quali «sono più i consensi che Renzi fa perdere che non quelli che fa guadagnare». 

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A chiedere esplicitamente una alleanza che vada da Letta a Di Maio è Bruno Tabacci, leader di centro democratico, per il quale «c’è lo spazio per una coalizione che faccia riferimento all’agenda Draghi». Sulla possibilità di un ressemblement fra Pd e centristi dicono la loro anche le capogruppo dem in Parlamento. Il presupposto è che «le decisioni saranno prese collettivamente, negli organi del partito»

 In ogni caso, sottolinea Debora Serracchiani, «il M5s ha commesso errori gravissimi. Il loro disegno, dopo mercoledì, non coincide più con il nostro. indicheremo la nostra proposta per il Paese chiamando a raccolta chi ci sta». 

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Simona Malpezzi, presidente dei senatori dem, ribadisce quanto detto da Enrico Letta, «il Pd penserà al Pd, ci concentriamo sulla nostra proposta, rispettosi dei nostri organismi interni». Poi, sull’ipotesi di allearsi con i centristi, sottolinea: «Il centrodestra non esiste più, c’è solo la destra. Non ci sono i moderati e il Pd si rivolge a più mondi possibili», dall’imprenditore del nord al popolo delle partite Iva, «a tutti coloro che chiedono un governo che li protegga dall’inflazione e dalle turbolenze della situazione economica globale». 

Il segretario Enrico Letta, intanto, va avanti: la prossima settimana riunirà gli organi del partito, dai gruppi parlamentari alla segreteria, fino alla direzione che potrebbe riunirsi venerdì. Di spazio per la tattica, osserva un esponente Pd, ce n’è poco, le coalizioni si costruiscono con fatica e il 14 agosto è già tempo di presentare le liste. 

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«Luoghi e tempi per discutere ce ne sono, serve un regolamento per arrivare al percorso per le candidature», spiega Stefano Vaccari, responsabile Organizzazione del Pd. L’ultima volta che il Pd ha discusso di liste è stato nel 2018, con quella che è rimasta famosa – o famigerata – fra i dirigenti del partito come `La notte delle Liste´: l’allora segretario Matteo Renzi si chiuse al Nazareno e le scrisse di suo pugno, lasciando fuori il resto del partito, ministri e capi area inclusi. «Il regolamento per le candidature serve proprio per darsi delle regole attraverso le quali arrivare alle liste. L’ultimo giorno utile per presentarle è il 14 agosto, quando saranno sottoposte alla direzione per l’approvazione. Mi sento di escludere che si arrivi a quanto visto nel 2018. Non sarà semplice, questo no, e forse nemmeno lineare. Ma un obbrobrio come quello non lo ripeteremo». Il Partito Democratico si presenterà al Paese «rivendicando la propria identità e l’agenda sociale su cui Draghi aveva aperto il tavolo con le parti sociali», spiegano fonti parlamentari dem. 

Ciò che questo significherà nell’economia delle future alleanze, è troppo presto per dirlo. Certo, le interviste e le indiscrezioni fatte filtrare ad arte sui quotidiani non aiutano il lavoro del segretario, come sottolinea Vaccari. 

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«Trovo veramente sbagliato che si discuta sui giornali di quello che dovrebbe o non dovrebbe fare il segretario. Enrico Letta sa meglio di chiunque altro quello che c’è da fare. Ha detto in modo chiaro che si discuterà in direzione la prossima settimana sulla postura che il Partito Democratico dovrà tenere in campagna elettorale, alle elezioni», conclude Vaccari.

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