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Dalla guerra in Ucraina a Di Maio ricordando Enrico Berlinguer

Tra le tante visioni anticipatrici del compianto leader del Pci, due sono di stringente attualità: la qualità della nostra classe dirigente e i condizionamenti internazionali della politica italiana ed europea. 

Dalla guerra in Ucraina a Di Maio ricordando Enrico Berlinguer

Claudio Visani

22 Giugno 2022 - 14.00


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Domenica sera sono stato invitato alla festa di Articolo Uno a Marina di Ravenna per intervistare Livia Turco e Vasco Errani su Enrico Berlinguer, nel  centenario della nascita. Per prepararmi ho fatto un po’ di ripasso sui pensieri lunghi del segretario del Pci che con i suoi modi gentili e pacati, la coerenza personale e la moralità della sua azione politica ha affascinato il popolo di sinistra, e non solo, incarnando il mito della “diversità comunista”. Perché, come ha ricordato Errani, “lui era ciò che appariva: un uomo che ha cercato di interpretare il suo tempo e di vederne i cambiamenti per trovare le risposte sulla base dei propri ideali e dei propri valori”. E lo ha fatto, ha aggiunto Livia Turco, attraverso “la pratica politica, la sua cura etica del giorno per giorno, la presa in carico della vita concreta delle persone con lo sguardo rivolto in profondità per cercare di capire l’impatto che i processi  in corso avranno sul futuro”.

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La Turco – che proviene da una famiglia cattolica e democristiana, ha aderito al Pci col compromesso storico e ha chiamato suo figlio Enrico – ha poi dato una definizione di Berlinguer che mi ha colpito: “I suoi discorsi su temi cruciali come la pace, la costruzione di un nuovo modello di sviluppo incentrato sui beni comuni, la moralità della politica fanno di lui uno scultore, nel senso che ci restituiscono la forza di pensieri lungimiranti”.

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Parole e pensieri che mi sono tornati in mente in questi giorni seguendo le ultime vicende sulla guerra e sulle miserie della politica in Italia. Dove l’escalation del conflitto tra Usa e Russia per interposta Ucraina con l’isolamento Nato di Kaliningrad che avvicina pericolosamente il rischio della terza guerra mondiale, da giorni è oscurata dalle notizie sullo scontro interno ai Cinquestelle.

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In particolare sulle gesta di Giggino Fitzegarl Kennedy Junior, l’ex bibitaro che confondeva il Cile col Venezuela, definiva la Russia un paese del Mediterraneo e chiamava il presidente cinese Ping, miracolato dal suo Movimento e diventato per nostra disgrazia ministro degli Esteri, che ora si rende protagonista dell’ennesima scissione politica, fonda un suo partito di palazzo e lo infiocca con una frase destinata a rimanere sicuramente scolpita sulla pietra come il famoso “Ich bin ein Berliner” di JFK Senior: “Bisogna scegliere da che parte stare della storia”.   

Direte, ma che c’entra Berlinguer con la tragedia ridicola che stiamo vedendo? C’entra, c’entra. Perché in un momento drammatico come l’attuale (pandemia, guerra, clima, crisi energetica, economica e sociale alle porte) servirebbe, eccome, qualche nuovo “scultore”, qualcuno dai pensieri lunghi e dall’etica specchiata  che ci aiutasse a capire cosa sta succedendo e dove stiamo andando, o meglio, dove ci stanno portando. A  casa nostra e in Europa. Prima che sia troppo tardi. 

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Tra le tante visioni anticipatrici del compianto leader del Pci, due sono di stringente attualità: la qualità della nostra classe dirigente e i condizionamenti internazionali della politica italiana ed europea. 

Diceva Berlinguer: “La questione morale esiste da tempo, ma ormai è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. Essa  non si esaurisce nel fatto che nelle alte sfere della politica e dell’amministrazione ci siano dei ladri, dei corrotti e dei concussori. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”. (Intervista a Eugenio Scalfari, 28 luglio 1981). Non vi pare che c’entri? Che altro è quella che stiamo osservando se non una guerra per bande per l’occupazione del potere, ora che i partiti tradizionali sono tutti morti? Che altro sono i partitini personali dei vari Renzi, Calenda, Di Maio?

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E a proposito della guerra, dopo l’invasione dell’Afghanistan, scriveva il leader del Pci: “Si è come in presenza di una intensificata militarizzazione della politica e dello stesso pensiero politico. Bisogna aprire la via del dialogo e del negoziato. Per fare questo è necessaria una politica europea che sia di moderazione, di saggezza, e di iniziativa costruttiva” (Strasburgo,m 16 gennaio 1980). Esattamente ciò che sta accadendo oggi , l’opposto di quello che l’Europa dovrebbe fare per mirare alla pace. 

Sulla Nato, infine, nella famosa intervista a Paolo Pansa ampiamente  strumentalizzata in questi mesi di guerra, Berlinguer affermava: “La nostra uscita dal Patto atlantico sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della Nato, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi di limitare la nostra autonomia. Il rispetto delle alleanze non significa che l’Italia debba tenere il capo chino”.

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Già, non c’è bisogno di commenti, credo. C’è invece lo spazio per un’altra sua citazione che mi pare attualissima: “Siamo convinti che il mondo, anche questo terribile e intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita… Non rinunciamo a costruire una società di liberi e uguali, all’assalto al cielo”. 

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