Bezos sposta ancora più a destra il Washington Post per compiacere Trump e 'militarizza' gli editoriali

La pagina degli editoriali del Washington Post subisce una svolta a destra per volere del proprietario Jeff Bezos, spingendo il responsabile David Shipley a dimettersi in segno di protesta.

Bezos sposta ancora più a destra il Washington Post per compiacere Trump e 'militarizza' gli editoriali
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26 Febbraio 2025 - 22.57


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La pagina degli editoriali del Washington Post subisce una svolta a destra per volere del proprietario Jeff Bezos, spingendo il responsabile David Shipley a dimettersi in segno di protesta.

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Nel frattempo, il presidente Donald Trump minaccia azioni legali contro le “gole profonde”, mentre la Casa Bianca, dopo aver dichiarato guerra all’Associated Press per il rifiuto di utilizzare l’espressione “Golfo d’America”, si riserva il diritto di selezionare quali testate avranno “l’onore” di far parte dei pool di giornalisti accreditati. Nel Trump 2.0, lo scontro sulla libertà di stampa negli Stati Uniti ha già raggiunto il culmine.

“Gran parte del successo dell’America sta nella libertà economica e in tutto il resto”, ha proclamato Bezos, imponendo restrizioni alla pagina degli editoriali del quotidiano che ha portato alla luce lo scandalo Watergate. D’ora in poi, per sua decisione, il giornale scriverà soltanto di “libertà personali e libero mercato”.

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Quando nel 2013 acquistò il Washington Post per 250 milioni di dollari, Bezos dichiarò esplicitamente che non avrebbe interferito con la linea editoriale. Oggi, invece, il fondatore di Amazon ha imposto a Shipley un ultimatum: accettare “al cento per cento” il nuovo corso oppure dimettersi.

Dopo aver affrontato a ottobre la doppia censura di un editoriale su Kamala Harris – rimosso per volere dello stesso Bezos – e a gennaio quella di una vignetta della premio Pulitzer Ann Telnaes, che raffigurava i magnati del tech inginocchiati sotto una statua di Trump, Shipley ha preferito lasciare l’incarico.

Come molti leader dell’industria tecnologica, Bezos si è avvicinato a Trump dopo la sua rielezione. La Casa Bianca di Trump 2.0, fin dal primo giorno, non ha nascosto l’intenzione di esercitare un controllo più stretto sulla stampa, considerandolo una rivincita contro quella che il presidente definisce una copertura “incompetente e di sinistra” da parte dei media tradizionali. Nel frattempo, l’amministrazione ha ampliato l’accesso a nuove voci, tra cui influencer, podcaster e siti web, favorendo quelli più vicini all’area Maga.

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Durante il suo primo mandato, Trump definiva i giornalisti dei principali media – Fox esclusa – “nemici del popolo”, con episodi emblematici come il video amatoriale in cui, a bordo ring, metteva al tappeto la CNN. Oggi, però, dalle parole si è passati ai fatti. Sono in corso diverse cause legali: tra i bersagli dell’ultima campagna elettorale, ABC ha preferito patteggiare con un accordo da 15 milioni di dollari, mentre CBS sembra intenzionata a seguire lo stesso percorso. Inoltre, si minacciano azioni legali contro le fonti anonime, come quelle citate dal giornalista Michael Wolff nel suo nuovo libro “All or Nothing” sulla campagna del 2024, nel quale si afferma, tra le altre cose, che “Melania odia Trump”.

Infine, emergono le “liste nere”: i giornalisti dell’AP sono stati messi all’indice e la Casa Bianca ha annunciato che sceglierà personalmente i reporter che potranno seguire Trump nello Studio Ovale e a bordo dell’Air Force One. Questa decisione ha scatenato proteste non solo da parte della White House Correspondents Association, ma anche di giornalisti di Newsmax e Fox. “Con un cambio della guardia democratico, potremmo far noi la stessa fine”, ha avvertito Jacqui Heinrich, veterano della rete di Rupert Murdoch, lanciando un monito alla Casa Bianca affinché eviti di creare pericolosi precedenti.

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