Libertà di stampa, l'Italia perde altre 17 posizioni: Cina e Russia (ovviamente) tra le meno libere
Top

Libertà di stampa, l'Italia perde altre 17 posizioni: Cina e Russia (ovviamente) tra le meno libere

Mosca si attesta alla 155esima posizione, Pechino ancora più giù ed è 175esima su 180 paesi analizzati. Ultima la Corea del Nord.

Libertà di stampa, l'Italia perde altre 17 posizioni: Cina e Russia (ovviamente) tra le meno libere
A woman holds a placard with the words ‘Truth journalism is not a crime’ during a Kill The Bill protest in London one of 40 demonstrations arranged across the UK. The protest is against the police, crime, sentencing and courts bill which would grant the police a range of new discretionary powers to shut down protests. (Photo by Dave Rushen / SOPA Images/Sipa USA)
Preroll

globalist Modifica articolo

3 Maggio 2022 - 14.47


ATF

L’Italia perde ancora posizioni nella classifica dei paesi con più libertà di stampa, mentre a livello globale l’impatto del Covid e della guerra in Ucraina hanno palesato gli annosi problemi in ambito di libertà d’espressione. Nel suo pezzo per l’agenzia Agi, Veronique Viriglio ha fatto il punto della situazione, con un occhio di riguardo per la Russia.

A lanciare l’allarme in occasione della Giornata mondiale della stampa è l’organizzazione Reporter senza frontiere (Rsf) che pubblica la sua classifica 2022 sullo ‘stato di salute’ dell’informazione e l’esercizio della professione in 180 Paesi nel mondo. Globalmente Rsf ha riscontrato un forte peggioramento della libertà di stampa, in particolare in quasi tutto il continente asiatico, classificato in una situazione “molto grave”

Nel giro di un anno ben 12 Paesi asiatici sono entrati in questa cerchia nera, che non è mai stata così grande e di cui, tra gli altri, fanno parte Afghanistan e Bielorussia. La Cina è al 175mo posto della classifica, confermandosi come un regime sempre più repressivo, anche se a fare peggio è la Corea del Nord, al 180mo posto. La brutta pagella a Pechino è motivata dalla decisione del potere di privare la popolazione di informazioni dal resto del mondo in piena pandemia.

La Russia, osservata speciale dall’inizio dall’invasione dell’Ucraina lo scorso 24 febbraio, si attesta al 155mo posto, in calo di cinque posizioni rispetto al 2021, con una votazione di 38,82 punti contro 51,29 lo scorso anno.

Tutti gli indicatori sono rossi per una situazione molto critica della libertà d’informazione già da anni che si sta ulteriormente deteriorando e ampliando nel contesto della guerra con Kiev. I principali motivi di preoccupazione e criticità da parte di Rsf riguardano la massiccia propaganda del regime e la sua repressione delle voci dissidenti.

I media indipendenti russi sono stati costretti a chiudere, tra cui l’emblematica Novaya Gazeta, direttore da Dmitry Muratov, Nobel per la Pace. Più di 200 giornalisti indipendenti hanno dovuto lasciare il Paese per cercare di fare informazione in esilio. Per chi è rimasto in patria e cerca di fare il proprio lavoro – tra cui Tatiana Felgengauer in passato all’Eco di Mosca – è assolutamente vietato dalle autorità russe pronunciare la parola guerra, pubblicare indagini indipendenti, comunicare bilanci umani e materiali del conflitto, per evitare di essere arrestati e finire in carcere.

I primi tre posti della classifica Rsf sono stati assegnati a Norvegia, Danimarca e Svezia. Alla Germania va il 16mo posto mentre la Francia guadagna ben otto posizioni, al 26mo rango. Gli Stati Uniti arrivano alla 42ma posizione, l’Italia alla 58ma (l’anno scorso era 41esima), il Giappone alla 71ma, l’Algeria alla 134ma. In fondo all’Index si trovano Iran, Eritrea e Corea del Nord.

Al di là dei regimi autoritari, nel suo rapporto Rsf esprime preoccupazione per una deriva sempre più manifesta nei Paesi democratici, definita come “Fox Newsisation dei media”, neologismo che richiama all’emittente televisiva Usa. “La polarizzazione mediatica rafforza e alimenta le divisioni all’interno della società” ha denunciato l’organizzazione, facendo notare che “le crescenti tensioni sociali e politiche vengono accelerate dai social network e dai nuovi media di opinione, in particolare in Francia”.

Secondo Rsf, lo sviluppo sempre maggiore dei media di opinione amplifica e banalizza l’informazione. “E’ un pericolo fatale per le democrazie perchè mina le basi dell’armonia civile e di un dibattito pubblico tollerante” ha dichiarato Christophe Deloire, segretario generale di Rsf. L’Ong chiede pertanto un “New Deal” per il giornalismo e “un quadro giuridico adeguato, compreso un sistema di protezione degli spazi d’informazione democratici”. 

Native

Articoli correlati