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Pace e guerra, l'utopia e la miseria

Un mondo insopportabilmente diseguale, dove l’1% si arricchisce in misura vomitevole sulla pelle del restante 99%. Il mondo dell’apartheid vaccinale, del complesso militare-industriale che fomenta guerre e su di esse fa affari iper miliardari

Pace e guerra, l'utopia e la miseria
Bambini in povertà

globalist

4 Luglio 2022 - 17.24


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L’utopia e la miseria. L’utopia di chi non si rassegna a un mondo depredato, sempre più devastato nel suo ecosistema. Un mondo insopportabilmente diseguale, dove l’1% si arricchisce in misura vomitevole sulla pelle del restante 99%. Il mondo dell’apartheid vaccinale, del complesso militare-industriale che fomenta guerre e su di esse fa affari iper miliardari. Un mondo governato da leader senza visione né lungimiranza, succubi, se non complici, della Big Pharma, della finanza che detta legge, dei produttori, venditori, mediatori di armamenti. Il mondo della miseria chiamata realpolitik. A questi spacciatori di morte, si oppone il mondo solidale. Concretamente utopista. Quello che si riconosce in un signore vestito di bianco che osa affermare: “Bisogna passare dalle strategie di potere politico, economico e militare a un progetto di pace globale”. Quel signore.  si chiama Jorge Mario Bergoglio, e di “mestiere” fa il Papa. E lo fa bene. Alla grande. Agli spacciatori di morte e fomentatori di guerre non gliene lascia passare una. “Faccio appello ai capi delle Nazioni e delle organizzazioni internazionali perché reagiscano alla tendenza ad accentuare la conflittualità. Il mondo ha bisogno di pace. Non di una pace basata sull’equilibrio degli armamenti, sulla paura reciproca. No, questo non va. Questo vuol dire far tornare indietro la Storia di 70 anni”. Queste le parole del Pontefice ieri in Piazza San Pietro. “La crisi ucraina avrebbe dovuto essere – ma se lo si vuole può ancora diventare – una sfida per statisti saggi, capaci di costruire nel dialogo un mondo migliore per le nuove generazioni”, ha aggiunto ancora Bergoglio. “Bisogna passare dalle strategie di potere politico, economico e militare a un progetto di pace globale. No a un mondo diviso tra potenze in conflitto, sì a un mondo unito tra popoli e civiltà che si rispettano”. “Bisogna passare dalle strategie di potere politico, economico e militare a un progetto di pace globale”

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La sfida epocale

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Ha dedicato la sua vita alla difesa dei più indifesi. Nell’amata Africa come nella Napoli diventata oggi la sua città. Per lui, solidarietà, pace, giustizia sociale non sono solo parole ma valori da praticare là dove s’incontra la sofferenza, la rabbia ma anche la voglia di riscatto dei “dannati della terra”, come quelli da lui incontrati, “vissuti”, a Korogocho (“Caos, confusione”), una delle baraccopoli che attorniano Nairobi, capitale del Kenya. Questo e tanto altro è Alex Zanotelli, 84 anni portati benissimo, missionario comboniano, icona vivente del pacifismo italiano. 

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In una conversazione con chi scrive, padre Alex ha risposto così sul silenzio mediatico calato sulle stragi nel Mediterraneo e sulle tante guerre volutamente ignorate dalla stampa mainstream: “E’ un tema importantissimo, questo. Fondamentale. Questa copertura mediatica incredibile che si fa della guerra in Ucraina, mostrando tutte le cose più orrende, è fatta per uno scopo ben preciso, quello di assolutizzare questo conflitto, come se fosse l’unico sulla faccia della terra. Leggevo su Le Monde diplomatique un articolo molto ben documentato, in cui si parla di 166 zone di conflitto. 166 a livello mondiale! Alcune sono guerre che vanno avanti da anni. Lei ha menzionato lo Yemen. C’è solo da vergognarsi. L’Onu definisce quella in atto in quel Paese la crisi umanitaria più terribile che esista al mondo. Eppure noi italiani continuiamo a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa poi per bombardare lo Yemen facendo strage di civili. Su questo, silenzio. E soprattutto l’Africa. Io parlo del Congo. Sono milioni e milioni i congolesi morti. E’ una guerra che va avanti dal ’99. E perché questo? Perché vogliamo i minerali che ci servono per i telefonini, per le pile elettriche per le nostre macchine adesso che diventeranno elettriche. E via di questo passo. Non se ne parla. Si dice in Russia non c’è opposizione. Come se da noi ci fosse piena libertà d’informazione. Ma quando, ma dove. Se la televisione fosse davvero un servizio, soprattutto quella pubblica, dovrebbe mettere sotto gli occhi di tutti quello che avviene. Ma ci si guarda bene dal farlo”.

Ucraina, una pedina nelle mani di Russia e Stati Uniti

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Lo ha esplicitato con grande efficacia in un’intervista ad Altreconomia Ray Acheson, attivista della Women’s International League for Peace and Freedom, la più antica organizzazione femminista di pace del mondo. «Dietro la crisi attuale c’è una storia di violenza militarizzata ed economica. (…) La Russia critica l’imperialismo statunitense, eppure invade e occupa i suoi vicini, bombarda i civili e si impegna in attacchi informatici contro infrastrutture critiche che danneggiano le persone comuni. Gli Stati Uniti criticano la Russia come un’autocrazia, ma negli ultimi decenni hanno rovesciato governi democraticamente eletti se solo minacciavano gli interessi degli Stati Uniti, costruiscono basi e si impegnano in guerre e operazioni militari in centinaia di Paesi in tutto il mondo, e investono miliardi di dollari in spese militari mentre molti dei cittadini statunitensi vivono senza assistenza sanitaria, alloggi o sicurezza alimentare. Entrambi i Paesi hanno rinforzato eserciti, alleanze militari e arsenali nucleari per sfidare l’altro. L’Ucraina, in questo contesto,è una pedina utilizzata da entrambe le parti».

Il movimento pacifista condanna la guerra in Ucraina

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In estrema sintesi, le tante voci del movimento pacifista hanno espresso ferma condanna dell’intervento militare in Ucraina da parte della Russia, solidarietà e vicinanza alle popolazioni coinvolte e appello a tutte le parti in causa per una de-escalation militare affidando alle Nazioni Unite il compito di ripristinare, con gli strumenti della diplomazia, il dialogo tra Russia, Ucraina e comunità internazionale.

Queste voci finora sono restate inascoltate dai media nazionali, che, ad ogni sentor di cannoni, non mancano di sollevare la retorica domanda: «Dove sono i pacifisti?». Per poi ignorare puntualmente le loro voci.

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Come ha scritto Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, «i media italiani proprio non ce la fanno ad uscire dallo stereotipo del pacifista; da la Repubblica a La Stampa si sono messi l’elmetto e fanno il tifo per la guerra, e dunque gli serve una manifestazione con le bandiere arcobaleno per fare il pezzo di costume e folclore e dire che il movimento si è “risvegliato” (addirittura si inventano che non manifestava dal 2003). Anche i telegiornali Rai e Mediaset mandano le telecamere solo se reciti a soggetto, e naturalmente il microfono è per il politico di turno che ha sempre votato tutti i bilanci militari ma adesso dice che ci tiene tanto alla “pace”. Che miserie!».

Le proposte per fermare la guerra in Ucraina

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Eppure le proposte delle centinaia di associazioni che compongono l’arcobaleno pacifista non mancano. A cominciare da quelle, espresse già settimane fa dalla Rete italiana pace e disarmo a seguito dell’escalation militare nell’Est Europa, per chiedere al nostro governo e all’Unione europea di promuovere «un’iniziativa di neutralità attiva per ridurre la tensione e favorire un accordo politico chiarendo in particolare l’indisponibilità a sostenere avventure militari».

Annotano in un documento comune Ripd (Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci): […]Papa Francesco ci ha più volte indicato la strada del disarmo come la bussola della pace. Le guerre hanno fallito in questi anni: in Afghanistan sono ritornati I talebani, nel Medio Oriente non c’è pace dopo due guerre all’Iraq, in Libia non c’è stabilità dopo l’intervento occidentale di oltre dieci anni fa, in Yemen continua la catastrofe umanitaria derivante da un conflitto alimentato con le nostre armi; e anche la guerra di Putin andrà incontro al fallimento, non prima di aver portato morte e distruzione. L’elemento comune di tutte queste tragedie è l’altissimo prezzo pagato dalle popolazioni civili, vittime e bersagli delle follie armate. 

Nel mondo non ci sono poche armi: ce ne sono troppe. La guerra in Ucraina, le altre guerre ignorate e i rischi e le tensioni presenti in tutto il mondo non si fermeranno aumentando le spese per le armi, ma investendo in politiche di pace e di sicurezza comune e condivisa”.

Due preziosi contributi.

Il primo è di Cecilia Strada, in una bella intervista a firma Niccolò Carratelli su La Stampa.

“Ex presidente di Emergency, ora impegnata con la ong ResQ People Saving People e le missioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo, Cecilia ricorda bene una frase di Albert Enstein, che il padre citava sempre, tanto da diventare il motto di Emergency: «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. Lo ha ripetuto per più di 30 anni – ricorda – ma tutti quelli che l’hanno vista con i loro occhi sanno che la guerra non è mai la soluzione».

C’è chi ha ironizzato anche sui pacifisti distratti, che erano finiti chissà dove…
«Ho letto, anche alcuni giornalisti si sono chiesti dove fossero finiti i pacifisti: magari potrebbero intervistarli più spesso, perché sono sempre lì, lavorano tutto l’anno per promuovere il disarmo. Anche prima di questa guerra, visto che c’erano già altri conflitti nel mondo, di cui non si parla. Bisogna affrontare certi temi prima che cadano le bombe, non mentre la gente muore».

Quanto all’Europa, rimarca ancora Cecilia, “se vuole essere un continente di pace, certo non può continuare a vendere armi in tutto il mondo. Vale anche per l’Italia, scommetto che tra i mezzi che i russi stanno usando per invadere l’Ucraina ci sono anche nostri blindati Iveco, magari anche armi prodotte nel nostro Paese. Del resto, ai tempi del governo Berlusconi, ma anche con il governo Renzi, si sono moltiplicate le esportazioni di armi e materiale bellico verso la Russia».

“Il realismo dei pacifisti contro il machiavellismo dei politici”

E’ il titolo di un breve ma succoso saggio scritto da Tomaso Montanari su MicroMega. 

Di seguito, un passaggio di particolare pregnanza: : E così, da ‘pacifista’, vorrei provare dare tre risposte a quella domanda: che fare ora?
La prima cosa. Rifiutare il veleno del nazionalismo: distinguere tra i popoli e i governi. Ho sentito una donna ucraina che vive in Italia parlare con toni sororali dei giovanissimi soldati russi che si arrendono dicendo che non sapevano di essere stati mandati in guerra, e argomentare con empatia circa la difficoltà di una opinione pubblica russa tenuta in ostaggio dalla censura e dal controllo dei media. E sentire un’ucraina che in questo momento non si fa trascinare dall’odio del sangue, ma è capace di distinguere, dovrebbe insegnarci qualcosa. Insegnarci a stare accanto alle donne e agli uomini che vivono in Ucraina, sotto le bombe di un’invasione mostruosa: senza per questo sposare la politica dei governi ucraini e dell’Occidente che li ha sostenuti. Stare fermamente contro Putin, contro la sua lucida (?) follia di tiranno sanguinario: ma non stare contro i russi. Diffondere senza sosta anche in Occidente, in Italia, le voci dei russi che, coraggiosamente, si oppongono con forza al tiranno: come quelle del poeta Lev Rubinštejn e della scrittrice Ljudmila Petruševskaja. Perché, come canta Leonard Cohen, «There is a crack in everything, That’s how the light gets in».

La seconda cosa. Rifiutare l’idea di gettare benzina sul fuoco, per quanto possa sembrare giusto farlo dalla parte degli oppressi, degli invasi. Se è giusto, oltre che compatibile con la nostra Costituzione, inviare in Ucraina «equipaggiamenti militari non letali di protezione», e cioè mezzi di difesa e non di offesa, sarebbe invece un grave azzardo mandare armi vere e proprie. I capi dell’Occidente pensano di cavarsela più a buon mercato, e senza rischiare direttamente: senza, cioè, terremotare più di tanto un’economia globale legata mani e piedi alla Russia di Putin. È un calcolo cinico, che rischia di essere anche drammaticamente sbagliato: perché prolungare e aggravare una guerra dall’esito purtroppo scontato, può aprire la strada a esiti che non lo sono per nulla. Buttare benzina su questo fuoco, infatti, può condurre – quasi meccanicamente, cioè senza che nessuno davvero si renda conto di ciò che sta innescando, e in tempi brevissimi – a un’apocalisse nucleare.

La terza cosa. Premere sui nostri governi perché le sanzioni economiche contro la Russia siano veloci, veramente dure, mirate sull’oligarchia. Sapendo bene che, per fare male a chi le subisce, le sanzioni devono fare male anche a chi le commina. Il prezzo sarà alto, per le nostre economie, e i governi dovranno evitare che a pagarlo sia chi già è sommerso, sia in Russia che in Occidente. Ma non c’è altra strada, ora.

Ripudiare la guerra significa lavorare per non crearne le premesse, per allontanarla, per annullare le possibilità che si verifichi. Come Occidente, come Italia, non lo abbiamo fatto. Ripudiare la guerra significa, quando comunque scoppia, non accettarne la logica infernale: cioè rifiutarsi di prendere le armi.
Sappiamo bene che, oltre un certo limite, può essere impossibile rimanere coerenti con la pace: la guerra di liberazione partigiana ne è un esempio. Così doloroso da far scrivere ai vincitori che non avrebbe mai dovuto ripetersi: perché quella guerra era stata combattuta sotto una terribile costrizione, combattuta perché fosse l’ultima.
Ma sappiamo anche che, in questa situazione, la minaccia nucleare cancella radicalmente anche questa estrema ipotesi di guerra giusta: semplicemente perché nessuno potrebbe vincerla.

Una delle cose più terribili della guerra è che, quando scoppia, incanala i pensieri di tutti nel suo schema nazionalista binario. Scrivendo nel 1938, Virginia Woolf opponeva a questa morsa una radicale alterità, quella di chi era fuori dalla logica del potere, e dunque degli schieramenti e delle ‘patrie’. Rivolgendosi a un ideale interlocutore maschio membro della classe dirigente dell’Impero britannico che si diceva pronto alla guerra antifascista diceva: «Tu stai combattendo per conquistare vantaggi che io non ho mai condiviso né mai condividerò: in quanto donna, non ho patria, in quanto donna la mia patria è il mondo intero». Era un pensiero radicale, che guardava lontano e puntava al cuore del problema, cioè contro la volontà di potenza che è genesi di tutte le guerre: un pensiero più o meno realista del maschio realismo che produce guerre a getto continuo?”.

Così Montanari.

Globalist ha scelto da tempo da che parte stare. Quella dell’utopia che ambisce a salvare il pianeta e il genere umano. 

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