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Giulio Regeni poteva essere salvato: le verità scomode della Commissione parlamentare d'inchiesta

I lavori della commissione sono arrivati alle conclusioni secondo cui responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo, all'interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all'interno delle istituzioni

Giulio Regeni poteva essere salvato: le verità scomode della Commissione parlamentare d'inchiesta

Umberto De Giovannangeli

2 Dicembre 2021 - 14.31


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Giulio è stato vittima di un omicidio di Stato, consumatosi all’interno degli apparati egiziani. Giulio poteva essere salvato. Due punti fondamentali della relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni

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Conclusioni inequivocabili

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“I responsabili dell’assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo, all’interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all’interno delle istituzioni”. E’ quanto si legge nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del dottorando italiano rapito al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto il 3 febbraio. Duro attacco anche alla magistratura egiziana ritenuta “ostile” e “lesiva” verso i colleghi italiani.

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Giulio poteva essere salvato 

“C’è stato tutto il tempo per intervenire e per salvare la vita a Giulio Regeni. La responsabilità di questa inerzia grava tutta sulla leadership egiziana”. E’ la pesante accusa lanciata dalla Commissione parlamentare. “Gli elementi raccolti dalla commissione tendono ad escludere la casualità del ritrovamento” del corpo di Regeni “non solo perché l’occultamento di un cadavere avrebbe potuto avvenire in ben altro modo, ma anche per la vicinanza ad una sede degli apparati di sicurezza, circostanza pregnante come che la si voglia interpretare”. “Nei giorni della scomparsa non solo le istituzioni italiane hanno cercato Regeni. Tutta la rete degli amici, colleghi di Regeni si mobilita inoltre nelle ricerche, a cominciare dalla supervisor di Cambridge, la professoressa Maha Abdelrahman”. “È ipotizzabile che l’accanimento su Regeni sia il frutto del combinato disposto tra l’aspirazione ad una ricompensa da parte del sindacalista Said Abdallah – peraltro probabilmente non nuovo ad essere impiegato dai servizi segreti come dimostrerebbe il fatto che fosse in possesso dei contatti giusti per attivarli tempestivamente – e l’aspirazione a fare carriera di un’unità della National Security, desiderosa di recuperare nel nuovo regime il terreno perduto in termini di influenza politica rispetto all’epoca di Mubarak”, scrivono ancora i membri della Commissione parlamentare  d’inchiesta.

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 Da Egitto ostruzione a giustizia

“La mancata collaborazione delle autorità del Cairo si configura come un’oggettiva ostruzione al naturale decorso della giustizia italiana che reclama un’adeguata presa di posizione politica”. Lo afferma la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni nella relazione finale. “E’ intollerabile – prosegue il documento – che da parte egiziana si ritenga di poter impunemente contravvenire alle più elementari concezioni del diritto ignorando che favorire la celebrazione del processo, ovvero parteciparvi da parte degli imputati, non implicherebbe affatto la sanzione della loro colpevolezza, ma significherebbe soltanto rispettare veramente e non solo formalmente l’ordinamento italiano”.

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 Il documentario “confezionato” per scagionare le istituzioni

 “Il progressivo arroccamento ostruzionistico dell’Egitto – si legge nella relazione – nei confronti dell’impegno delle istituzioni italiane per la  ricerca della verità e della giustizia sulla morte di Giulio Regeni è ben esemplificato dalla diffusione “ad orologeria”, alla fine dello scorso mese di aprile, di un documentario che ricostruirebbe il soggiorno al Cairo del giovane ricercatore, assolvendo da ogni responsabilità le autorità egiziane e riproponendo velatamente le trite allusioni ad una possibile attività spionistica ascrivibile alla sua affiliazione all’Università di Cambridge. Al di là del topos francamente poco più che letterario, qui rileva il fatto che il filmato, la cui realizzazione ha peraltro richiesto la destinazione di un non trascurabile finanziamento, sia stato diffuso sui social media in concomitanza con l’udienza preliminare allo svolgimento del processo e quindi trasmesso da una rete televisiva egiziana notoriamente compiacente”.  E ancora: “pur scontandone la sicura buona fede, lascia perplessi che talune personalità italiane politiche e militari, che pure hanno ricoperto importanti incarichi, abbiano potuto farsi coinvolgere in una simile operazione di contro- informazione, questa si’ tipica degli apparati di intelligence”.

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 “Giulio non utilizzato da servizi esteri” 

“Un’altra ipotesi, talora ventilata sulla stampa e naturalmente spesso fatta propria dai media egiziani ed infatti ripresa nel documentario diffuso a fine aprile 2021, verte sull’eventualità che Giulio Regeni, anche non consapevolmente, possa essere stato utilizzato da servizi segreti di paesi terzi, ad esempio da quelli britannici. La commissione ha approfondito tale aspetto nel corso dei suoi lavori, avendo avuto modo di registrare come sia nell’ambito delle indagini svolte nel Regno Unito dagli inquirenti italiani, sia nelle attività informative dei nostri apparati di intelligence non vi sia alcun elemento che possa suffragare tale ipotesi”. E’ un passaggio della relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.

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“Bombe” sull’Eliseo

Da Roma a Parigi. Un’inchiesta giornalistica sfiora l’Eliseo e coinvolge due presidenti della Repubblica “accusati” di essere a conoscenza della morte di centinaia di civili. È il sito Disclose che racconta la storia di come le informazioni raccolte dagli aerei spia francesi nel deserto libico, ufficialmente trasmesse alle forze armate egiziane per colpire i jihadisti al confine, siano state utilizzate contro carovane di sospetti trafficanti e contrabbandieri, con “centinaia di civili” probabilmente uccisi nei raid aerei del Cairo. I reporter del sito d’inchiesta cita “documenti riservati della Difesa” di Parigi, foto satellitari e mappe, denunciando un uso distorto e prolungato per anni delle informazioni di intelligence dei militari francesi, di cui sarebbe stato appunto a conoscenza anche l’Eliseo. L’operazione Sirli, iniziata nel febbraio 2016 sotto la presidenza di François Hollande per coadiuvare l’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi nella lotta al terrorismo, sarebbe stata deviata dal Cairo praticamente dall’inizio. “In linea di principio, la missione (…) consisteva nella scansione del deserto occidentale” egiziano “per rilevare possibili minacce terroristiche dalla Libia”, utilizzando un aereo da sorveglianza e ricognizione leggero (Alsr) noleggiato dalla Direzione dell’intelligence militare (Drm), scrive Disclose, non nuovo a scoop imbarazzanti per le forze armate di Parigi. “In teoria, i dati raccolti dovrebbero essere verificati in modo incrociato per valutare la realtà della minaccia e l’identità dei sospetti. Ma molto rapidamente – prosegue l’inchiesta – i membri (francesi) del team si sono resi conto che le informazioni fornite agli egiziani venivano utilizzate per uccidere civili sospettati di contrabbando”. Secondo i documenti ottenuti dal sito, “le forze francesi sono state coinvoltein almeno 19 attacchi contro civili tra il 2016 e il 2018“. Una deriva che preoccupava da tempo il Drm e l’Aeronautica d’oltralpe, come testimonierebbe anche una nota inviata all’Eliseo nel novembre 2017. E ancora nel gennaio 2019 le informazioni raccolte dai militari sulle manipolazioni degli 007 del Cairo sarebbero state tramesse alla ministra della Difesa Florence Parly, alla vigilia di una visita del presidente Emmanuel Macron in Egitto. Eppure, la missione è proseguita regolarmente per anni e “l’esercito francese è ancora schierato nel deserto egiziano. 

Il sito del giornale ha al centro i volti di Macron e di Abdel Fattah all-Sisi, quest’ultimo con gli occhiali da sole, e al centro un grande titolo: “Les mémos de la terreur“ ( I promemoria del terrore). L’inchiesta, chiamata “Egyt papers” è divisa in quattro sezioni: “Operazione Sirli”, “Mercenari del cielo” e altre due, chiamate semplicemente “Episode 3” ed “Episode 5”, ancora non uscite. Nella seconda parte si legge che una poco nota compagnia lussemburghese, chiamata CAE Aviation, ha fornito all’esercito francese una squadra di uomini e un aereo per l’operazione Sirli. Secondo il sito,i militari francesi avrebbero avvertito i vertici, ma nessuno avrebbe agito. ”Il problema del terrorismo non è mai stato affrontato“, affermerebbe una nota del dipartimento dell’intelligence militare di Parigi, mentre il focus del Cairo sarebbe stato di colpire il contrabbando di prodotti in primo luogo, il traffico di esseri umani in secondo luogo. Le rivelazioni hanno subito scatenato reazioni politiche. I deputati dell’opposizione a Parigi, tra cui la sinistra radicale di France Insoumise, hanno invocatola creazione di una commissione parlamentare ad hoc. Ma per il momento Parigi si è rifiutata di fornire una replica ufficiale per “motivi di sicurezza”. Domenica la ministra dell’Esercito francese, Florence Parly ha chiesto che un’inchiesta sia realizzata sulla base di quanto reso noto da Disclose, ma ha anche aggiunto di non poter dare ulteriori informazioni su un dossier top secret, ammettendo anche che l’Egitto è un partner fondamentale di Parigi nella lotta contro il terrorismo. E non solo

Lanuova possibile conferma sul ruolo dei servizi segreti egiziani nella morte del giovane italiano è arrivata nel giorno in cui è stata fissata una nuova udienza del processo in Italia per far luce sul caso: il prossimo 10 gennaio il gup di Roma, Roberto Ranazzi, le misure da intraprendere per fare in modo che i quattro 007 indagati siano messi a conoscenza delle accuse. Per eseguire la notifica a loro carico, finora resasi impossibile bloccando il procedimento.

La tesi dei servizi deviati era già stata evocata in passato da alcuni politici italiani che si erano interessati al caso, oltre che dall’ex capo del Ros Mario Mori e dallo scrittore dissidente egiziano Ala al Aswani. Una tesi mai approfondita che vedrebbe lo stesso Sisi vittima della sua intelligence, alla quale si contrappone la lettura predominante che invece accredita il delirio di onnipotenza del presidente egiziano nell’aver lasciato i suoi 007 agire contro Regeni, certo che l’Italia non avrebbe reagito con ostinazione nella ricerca della verità. D’altronde, ha fatto notare più di qualcuno al Cairo, l’Egitto non aveva interesse a rompere con Roma.

La Procura egiziana il 30 dicembre scorso ha comunque dichiarato di non ritenere che i quattro agenti individuati come addetti al controllo dell’attività di Regeni siano stati anche i rapitori e torturatori del giovane. Per questo Il Cairo ha negato ai magistrati italiani i domicili per la notifica degli atti agli imputati, a suo dire meri raccoglitori di informazioni, ritenendo il processo immotivato. Questa mancata notifica, che sembra un cavillo, ha però azzerato il processo in Italia: il 14 ottobre scorso la terza Corte d’Assise di Roma ha dichiarato nullo il decreto di rinvio a giudizio. Ora la palla passa all’udienza del 10 gennaio prossimo.

Stato di polizia

 “Il popolo egiziano ha vissuto in passato sotto governi dispotici, ma gli attuali livelli di repressione in Egitto non hanno precedenti nella sua storia moderna”, rimarca Bahey El-din Hassan, direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies. “Le conseguenze sono potenzialmente terribili sia per i diritti umani che per la stabilità del Paese”. Nell’agosto 2020 il signor Hassan è stato condannato a 15 anni di carcere in contumacia da un tribunale per terrorismo in relazione al suo lavoro di difesa dei diritti umani nel paese.

In un contesto così severamente repressivo, molte organizzazioni per i diritti umani sono state costrette a chiudere, ridimensionare le loro operazioni, operare dall’estero o lavorare sotto il costante rischio di arresti e molestie.

Il governo in genere invoca l’”antiterrorismo” per giustificare questi abusi e per criminalizzare la libertà di associazione e di espressione. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno messo in guardia dall’uso da parte dell’Egitto di “circuiti terroristici” dei tribunali penali per prendere di mira i difensori dei diritti umani, mettere a tacere il dissenso e rinchiudere gli attivisti durante la pandemia Covid-19.

L’inferno all’ombra delle Piramidi

Le autorità egiziane tengono i detenuti minorenni insieme agli adulti, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani. In alcuni casi, sono imprigionati in celle sovraffollate e non ricevono cibo in quantità sufficiente. Almeno due minorenni sono stati sottoposti a lunghi periodi di isolamento. Un quadro agghiacciante è quello che emerge da un recente rapporto di Amnesty International. Le autorità egiziane hanno sottoposto minorenni a orribili violazioni dei diritti umani come la tortura, la detenzione in isolamento per lunghi periodi di tempo e la sparizione forzata per periodi anche di sette mesi, dimostrando in questo modo un disprezzo assolutamente vergognoso per i diritti dei minori”, denunciaNajia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Risulta particolarmente oltraggioso il fatto che l’Egitto, firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, violi così clamorosamente i diritti dei minori”, sottolinea Bounaim.

Minorenni sono stati inoltre processati in modo iniquo, talvolta in corte marzialeinterrogati in assenza di avvocati e tutori legali e incriminati sulla base di “confessioni” estorte con la torturadopo aver passato fino a quattro anni in detenzione preventiva. Almeno tre minorenni sono stati condannati a morte al termine di processi irregolari di massa: due condanne sono state poi commutate, la terza è sotto appello.

 Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.  La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive conclude Bounaim.

Giulio Regeni è stato ucciso perché credeva nei diritti, individuali e collettivi, umani e sociali. Nello Stato di polizia guidato da al-Sisi equivale a una condanna a morte.

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