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Bruciare i libri è un'offesa alla civiltà, ricostruire la 'Bancarella del Professore' incendiata è un dovere di tutti

Lancio un appello perché ci sia una corsa a donare libri all'istituzione storica di piazzale Flaminio data alle fiamme. Non abbassiamo la testa.

Bruciare i libri è un'offesa alla civiltà, ricostruire la 'Bancarella del Professore' incendiata è un dovere di tutti
La bancarella del Professore a Roma data alle fiamme probabilmente da vandali

Tiziana Buccico Modifica articolo

10 Luglio 2022 - 14.43


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 Roma brucia da Nord a Sud, da Est ad Ovest e uno dei cieli più suggestivi del mondo si tinge di nubi nere, di cenere e di un’aria irrespirabile. Quel cielo che potrebbe raccontare millenni di storia, spettatore della storia della civiltà, è oggi la vittima di una inciviltà che incombe, che distrugge ogni giorno qualcosa. Distrugge la natura, la flora e la fauna, che infiamma la città con il verde urbano più esteso d’Europa, che distrugge la vita di persone costrette a scappare e che proprio quando ci chiediamo dove stiamo andando con un clima impazzito, brucia la vita. Ormai ogni giorno è un bollettino di guerra e le mascherine verranno sostitute da maschere per non respirare l’aria cosa succede nella Città Eterna?

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Ma se ettari diventano terra morta, se nubi intossicanti rendono impossibile vivere sia nelle proprie abitazioni che all’aria aperta, l’altra notte è successa una cosa “gravissima”, hanno bruciato dei libri. Un’istituzione per Roma, la Bancarella del Professore a Piazzale Flaminio, per tutti un passaggio obbligato alla ricerca di curiosità, di cultura e di quell’odore di carta che fa sognare. Non rimane nulla di “un museo a cielo aperto”, le fiamme hanno mangiato pagine e pagine, immagini, copertine, bibliografie, tavole dipinte, carta di cui non rimane che polvere, e poi l’acqua per spegnere il falò ha fatto il resto, ma non c’era soluzione alternativa. 

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Ma come si possono bruciare i libri? Rievocando fatti storici che ancora ci commuovono e ci procurano una rabbia furiosa, credo sia la più grande offesa alla civiltà. Abbiamo sofferto e condannato ciò che hanno fatto i talebani in Afghanistan ai monumenti ed al patrimonio culturale, idem per la Siria per mano dell’Isis, io oggi lo faccio per la città dove vivo, Roma, l’occidentale Caput Mundi, la città dove ogni angolo è storia, arte e bellezza. Dovremmo sentirci tutti feriti, tutti sconvolti da un gesto che non può avere nessuna attenuane, se non una condanna compatta e senza giustifiche. Chi lo ha fatto deve sapere che ha tutto il mio odio, il mio disprezzo mentre il Professore, Alberto Maccaroni, deve sapere che gode di tutta la mia profonda e sincera solidarietà. 

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Ma sapete quale sarebbe la risposta da realizzare subito, immediata e forte, un appello che lancio al  Ministero della Cultura, il Comune di Roma, il Sindaco, la Treccani, le case editrici, le librerie, i collezionisti, i  bibliofili,  le Biblioteche di Roma, le Università perché no la Rai e tutti i giornali, trovarsi tutti insieme a Piazzale Flaminio ognuno con quello che può donare, libri e fondi per ricostruire, invitando le scuole di Roma e ricostruire insieme un simbolo della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra umanità. Un’iniziativa esemplare per ridare vita alla “Bancarella del Professore”, farlo in tempi rapidissimi e proclamare insieme che la cultura non brucia e mai accadrà!!

Ecco cosa mi piacerebbe organizzare poter contare su un paese che non abbassa la testa ma trasforma un dolore in un gesto di solidarietà e di rinascita. Roma e l’Italia tutta non devono permettere a nessuno di bruciare la cultura, la vita. 

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Come si può vivere senza libri, come si può immaginare che qualcuno volontariamente possa distruggerli? Stiamo bruciando la vita e non possiamo rimanere immobili. Il mio appello è un grido di speranza perché abbiamo bisogno di difendere chi immagina di distruggere tutto. Il futuro e le nuove generazioni devono sapere che un libro può cambiare la vita!

Ricordando sempre:” La tempesta è capace di distruggere i fiori ma è incapace di danneggiare i semi”. Khalil Gibran

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