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Un ultimo saluto al maestro Peter Brook

Si è spento ieri a Parigi, il regista teatrale e cinematografico Peter Brook. Da molti considerato uno dei più grandi sperimentatori del teatro contemporaneo, lascia in eredità opere come "Il signore delle mosche" e "Il Mahabharata".

Un ultimo saluto al maestro Peter Brook
in foto, Peter Brook

redazione

4 Luglio 2022 - 17.34 Culture


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“Il gigante mistico”, “Il vecchio folletto”, “Leggenda del teatro”. Qualunque sia l’appellativo, tutti riconoscerebbero quell’uomo dall’inconfondibile piglio britannico. Una figura pioneristica nel mondo del teatro e del cinema contemporaneo, che piangono la scomparsa di Peter Brook, morto ieri a Parigi.

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Classe 1925, è riuscito, negli anni, a rivoluzionare l’arte da palcoscenico. Ha sempre affermato: “Lo spirito, questa materia immateriale impossibile da giustificare e da mostrare, è l’unica giustificazione per l’evento teatrale”. Un regista che lasciava grande spazio all’impressione, alla fantasia, spingendo gli attori a mollare i freni e liberare la potenza dalla loro arte.

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Basti pensare al suo capolavoro “Il signore delle mosche”, del 1963, il film avventura di quel gruppo di ragazzi scampato ad una guerra nucleare su un’isola deserta. Come anche al suo “Marat-Sade”, ispirato al dramma di Peter Weiss, che ripercorre gli accadimenti che portarono poi all’assassinio di Jean-Paul Marat. O anche al ‘Mahabarata‘, il grandioso spettacolo per Avignone del 1985, divenuto film pochi anni dopo; la versione cinematografica dell’epopea indù.

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“Non voglio insegnare nulla, non sono un maestro, non ho teorie”, diceva sempre.

Un costruttore della scena, che anche senza teorie, ha lavorato senza sosta per far sì che, una volta sul palco, non si intravedesse nessun artificio, debellando il concetto di finzione per rivelare una verità esistenziale, profonda. Grazie a lui il teatro raggiungeva il suo scopo primo, diventare un’esperienza di vita intima ma collettiva. Perché come egli stesso affermava: “quando un gruppo di persone è riunito per un evento molto intenso, che deve esprimere tutto ciò che in poesia un grande autore può dare, lo spirito diventa tangibile come è tangibile che quest’impressione non si può avere in solitudine e il suo senso per tutti è che la vita può essere vissuta”.

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Un uomo profondamente legato a questa antica arte, con la quale ha avuto i primi contatti da giovanissimo, firmano la sua prima regia già all’età di 18 anni. Celebre la sua interpretazione delle opere di Shakespeare, che gli aprì le porte della direzione del London’s Royal Opera House e successivamente, nel 1962, della Royal Shakespeare Company. Qui affiancò i classici con opere moderne, sperimentali, come si nota non solo nel “Marat-Sade” ma anche in “Us”, opera sperimentale del 1966 che affronta gli “atteggiamenti metropolitani britannici” nei confronti della guerra del Vietnam.

Un addio un po’ amaro, che ci costringe a lasciar andare uno dei più grandi maestri dei nostri tempi. E come ricorda l’attrice Giovanna Mezzogiorno, che sotto la sua direzione ha preso i panni di Ophelia,”La scomparsa di Peter Brook ci lascia senza un pezzo d’umanità, oltre che senza fiato”.

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