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Un giorno qualunque in un manicomio qualunque: è "Psycho" di Giovanni Franci

Il regista porta in scena, all' Off/Off theatre di Roma la cronaca di uno scontro feroce tra l’universo femminile e quello maschile, all’ombra di Hitchcock

Un giorno qualunque in un manicomio qualunque: è "Psycho" di Giovanni Franci
In foto un' immagine della rappresentazione

globalist

21 Gennaio 2022 - 21.46


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di Alessia de Antoniis

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Ha debuttato all’OFF/OFF Theatre in prima nazionale “Psycho”, l’ultimo lavoro del drammaturgo Giovanni Franci. In scena la cronaca di uno scontro feroce tra l’universo femminile e quello maschile, all’ombra di Hitchcock, rappresentato in un corto circuito tra linguaggio teatrale e cinematografico.

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Sul palco Giuseppe Claudio Insalaco e Alessandra Muccioli in una produzione di Fondamenta Teatro e Teatri con le elaborazioni digitali di Nuvole Rapide Produzioni.

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Psycho senza la scena della doccia. Psycho senza specchi. Psycho senza uccelli impagliati. Senza pugnale. Soprattutto, Psycho senza il montaggio di Hitch.
Giovanni Franci trascina lo spettatore nell’oscurità della scena, nei suoi squarci di luce, nelle zone d’ombra (molte) e di luce (poche) della psiche dei personaggi. In un susseguirsi di colori freddi che si scaldano solo alla fine. Una discesa verso le tenebre per risalire alla luce, in un scenografia squadrata che incornicia l’alienazione di Norman/Norma Bates e della dottoressa Marie Block/Marion Craig/Norma Bates.

Una giornata qualunque in un manicomio qualunque. In una “notte che fa sparire i colori e accende il colore dell’anima” come recita la scritta sul fondale. Da un tavolo autoptico un uomo si alza, nudo, e va verso la sua immagine riflessa sul fondale. Una persona qualunque, portatrice di un’altra identità insondabile e pericolosa. Norman Bates rinasce e si conosce (o riconosce?) nella proiezione del suo volto. Dal buio della sua anima alla luce della sua immagine. In scena quel contrasto di chiaroscuri tipico di Hitchcock. È così che vediamo Norman rinascere dagli abissi della morte, o dagli abissi della sua anima, per intraprendere un percorso di conoscenza. Alla sua sinistra la psichiatra Marie Block (Alessandra Muccioli). Sta psicanalizzando Norman: sta sciogliendo la sua psiche per dissolvere Norma e far riemergere Norman. Sul fondale si susseguono immagini in assolvenza e dissolvenza. Le foto di Norman/Norma e Marie/Marion sfumano una nell’altra.

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Un solo corpo, maschile, che racchiude due figure psicopatiche: Norman e Norma Bates. La madre ossessiva che si rasserena quando scopre l’omosessualità del figlio (“ho avuto la prova, la certezza di aver tirato su un figlio omosessuale. Ed ho tirato un sospiro di sollievo”) e il figlio che non riesce a rinunciare a lei.
Inizia quel gioco di maschere dove tutti hanno qualcosa da nascondere e qualcosa da ri-velare, da scoprire per nascondere nuovamente, in quel rimando infinito di specchi che Franci rende attraverso il confronto diretto dei due (quattro) personaggi in scena e i volti proiettati che incombono su di loro.

Inquietante, aggressivo, timido, feroce, gentile. Norman Bates è nella descrizione della psichiatra quando descrive il suo modo di giocare a scacchi: “è lui a muovere i pezzi di entrambe gli schieramenti… Ma c’è qualcun altro a giocare con lui queste partite. Non è mai soltanto Norman. Chi si nasconde dietro quegli scacchi neri?”. Questa sicuramente una delle capacità migliori della recitazione di Insalaco: giocare con i pezzi sia bianchi che neri, passare dal male al bene e di nuovo al male con la rapidità dei cambi di scena di Hitchock.

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Gli occhi, quel particolare fondamentale della versione cinematografica, difficili da rendere senza i primissimi e primi piani ai quali il maestro della suspence ci ha abituati, Franci riesce comunque a restituirceli sfruttando lo sguardo fiammeggiante di Insalaco, che richiama quello di Perkins. A volte disturbati e illuminati da una luce feroce, altre volte brillanti di fanciullesca innocenza come quelli di un bambino felice e spensierato. Senza lo zoom di una cinepresa, lo spettatore ne viene comunque magneticamente attratto. Anche nella scena finale, quando alza la testa emergendo dal buio, sollevando gli occhi, mostrando il ghigno e lo sguardo folle del male che torna a prevalere sul bene, della morte che trionfa sulla vita. Norma che riprende il controllo di Norman. Forse in una nuova discesa negli inferi di una psiche umana più disturbata di altre.

La drammaturgia di Franci propone uno sviluppo a spirale: l’intensità del primo atto lascia spazio alla lentezza del secondo, il ritmo incalzante si dilata, il tempo si riavvolge su se stesso tornando ai fatti antecedenti la reclusione di Norman in manicomio. (“Come si dice, a volte la vita ti offre l’opportunità di poter tornare indietro” – Norma). L’antefatto chiude la storia. Tutto, forse, pronto per ricominciare. In fondo, siamo sempre nel gioco delle trappole di Hitch.

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“Il mio lavoro, in fase di scrittura, è stato ricercare Psycho negli altri film del “maestro della suspense”. Il pubblico più attento potrà riconoscere citazioni da Marnie, Vertigo – La Donna che Visse due Volte, Gli Uccelli, Io ti Salverò, Rebecca, La Finestra sul Cortile, Il Delitto Perfetto, Nodo alla Gola…”. Così Giovanni Franci spiega il suo nuovo testo, il primo dopo due anni di chiusura dei teatri. Lo fa con un testo coinvolgente come “Psycho” perché “ho pensato che tornare in scena dovesse rappresentare per me qualcosa di forte, perfino di catartico, da restituire al pubblico come un’avventura altrettanto sconvolgente, nuova, che elaborasse in maniera non scontata le cicatrici, le ferite e i lividi riportati dalla prova del confinamento e del distanziamento sociale che ha coinvolto tutti noi” – conclude il regista.

In scena Alessandra Muccioli e Giuseppe Claudio Insalaco creano un equilibrio non dissimile da Norman e Norma nel corpo di Norman: lei ha maggior esperienza teatrale e un uso più appropriato della voce in assenza di microfoni, lui la bilancia grazie alla sua poliedricità, alla capacità di essere uomo e donna nello stesso tempo e in uno stesso corpo.

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