Perché l'Italia è indenne dal terrorismo islamico? Molte teorie, ma poche certezze

L'arresto, tra Italia e Svizzera, del fratello e di sodali di Ahmed Hannachi ripropone gli interrogativi su come la jihad si rapporti al nostro Paese ed i motivi

Agenti immobilizzano Hananchi a Marsiglia

Agenti immobilizzano Hananchi a Marsiglia

Diego Minuti 10 ottobre 2017

L'arresto di due tunisini alla frontiera italo-svizzera, per sospetti legami con Ahmed Hannachi, l'attentatore di Marsiglia, può essere il punto di partenza di una riflessione sul rapporto degli jhadisti con l'Italia. Riflettere dopo i due arresti, ma anche dopo quello, a Ferrara, di un fratello di Hannachi e, nel passato anche recente, dei nordafricani e musulmani originari delle regioni balcaniche, oggetto di provvedimentidi espulsione per propaganda dell'islam redicale. La domanda che si pongono in molti è come mai l'Italia, a differenza di Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna, sembra passare indenne tra le gocce del sangue sparso a piene mani dai gruppuscoli jihadisti che ieri si riconoscevano nella leadership planetaria di al Qaida ed oggi nelle strampalate ideologie dello Stato islamico. E ci si arrovella sui perchè, trovando, a seconda dell'estrazione professionale e culturale di chi si addentra nella difficilissima analisi, di spiegazioni che, soprattutto agli occhi di chi le fa, sono le migliori.
Per spiegare il perchè dell'estraneità del territorio italiano alla geografia del terrore si trova ogni motivazione, a partire dal retaggio dei patti che, negli anni '70, si sarebbero stretti con l'estremismo armato palestinese. Anche se se di attentati non è che non ne abbiamo avuti, ma si sa che talvolta la memoria fa brutti scherzi, come potrebbero ricordare i familiari del piccolo Stefano Gaj Tachè, ucciso davanti alla sinagoga di Roma, e di Leon Klinghoffer, assassinato sulla Achille Lauro, nonostante fosse immobilizzato su una sedia a rotelle, per non parlare dell'attentato alla El Al a Fiumicino.
In tempi più recenti si trova una spiegazione, anzi una certezza in nuove alleanze che si sarebbero create nel fangoso milieu dei traffici illeciti internazionali (armi, droga, essere umani), con una colpevole inazione degli apparati dello Stato. Tutto fa brodo, recitava un adagio, per spiegare che ogni argomento è buono se può essere usato per la causa.
Tesi affascinanti, ma che sembrano non tenere conto, in questo momento, di chi dovrebbero essere gli interlocutori di coloro che in Italia, nel disprezzo delle leggi e della morale, farebbero accordi con la jihad.
L'Italia degli anni Duemila viene descritta quasi come una piattaforma commerciale dove chi arriva - quale che sia la sua matrice ideologica o religiosa - può fare quello che vuole, trafficando ogni prodotto, cose o uomini, nella totale ignoranza dell'apparato di sicurezza. E questa volta il termine ''ignoranza'' non è nell'accezione cara a Giorgio Almirante che la incollava, soprattutto nei dibattiti televisivi, alle sue controparti, specificando che erano ''ignoranti nel senso che ignorano''. Anche se sotto sotto era e restava un insulto. Qui, nell'accezione che vedo, ignoranza significa inadeguatezza, insipienza, sciatteria. E' questo il profilo dei nostri investigatori e dei nostri magistrati? Non lo credo. Ma questo ragionamento - quello dell'intangibilità di chi delinque, per guadagno o per religione - è il più comodo perché, dando per scontato che questi soggetti non si possono sconfiggere, si assolve tutti, condannando tutti.
Il dato di fatto che l'Italia non è, almeno sino ad oggi, un bersaglio per il terrorismo islamico non deve passare necessariamente per una svendita dello Stato al migliore offerente, sia esso un trafficante di droga o un folle che crede di usare le bombe come strumento di proselitismo.